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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


30 maggio 2013

Larghe intese a Roma?



Mentre il PD guerreggia sulle formule elettorali, c’è chi invece se ne frega altamente. Nel senso che, qualunque sia questa formula (maggioritario, porcellum, proporzionale, mattarellum, semipresidenzialismo, dittatura, giunta militare, arma fine de mondo) lui ha sempre pronta un’unica, medesima, solita risposta in merito alle alleanze di governo, ossia le larghe intese. La persona in questione è Francesco Rutelli il quale, riguardo alle elezioni romane, suggerisce di ricorrere a questo schema ecumenico visti i pochi elettori recatisi alle urne. Per certi aspetti fa il paio con il Veltroni commentato ieri, perché anche Rutelli snocciola cifre rivendicando i molti elettori che, a differenza di oggi per Marino (parliamo di venti anni fa!), lo votarono quale Sindaco. Vale anche per lui la considerazione che venti anni non sono solo una cifra ma una sorta di jurassico (c’era quasi il PCI!) e, dunque, assolutamente inconfrontabili con la nostra attualità. Un po’ come lavorare all’Unità d’Italia con schemi desunti al tempo delle guerre puniche.

Ma vale ancor più la considerazione che prima ci avete sballato le scatole con la legge dei Sindaci (Renzi vorrebbe persino il Sindaco d’Italia: machevvordì?) e poi, quando la si applica, si chiede subito di neutralizzarla con le larghe intese più centriste del secolo. Passi l’emergenza nazionale e il rischio che si vada alle urne ancora col porcellum: ma, nel caso di Roma, dalle elezioni uscirà un Sindaco che potrà governare cinque anni con una maggioranza certa in aula consiliare! Premesso che io non amo né il porcellum, e nemmeno il mattarellum (e considero la legge sui Sindaci una delle concause dello svuotamento di senso dei partiti territoriali), ma vivaddio, quando gli elettori (pochi o tanti chissenefrega a questo riguardo) si esprimono con chiarezza, perché offenderne il giudizio, perché buttarla in caciara con le ammucchiate? A Roma non c’è alcuna un’emergenza istituzionale! E poi, parafrasando il vecchio Bersani, ce la vedete una Giunta con Marino Sindaco e Alemanno Vice Sindaco (questo sarebbe)? Non essendocene alcuna necessità, ma trattandosi di mero strampalato desiderio di Rutelli, io credo che i romani impugnerebbero subito i forconi. E penso che lo scopo dell’ex Sindaco di Roma sia, in verità, proprio questo, nella speranza che il PD (il nemico n. 1 di tanti presunti uomini politici italiani, di qualunque colore siano) ne esca sempre peggio e la palude centrista possa trionfare. Speranze fuori tempo e fuori luogo, in una fase politica che vuole, soprattutto, radicalità e scelte nette. E non basta allo scopo nemmeno fare tanta, inutile confusione, come nel caso di Rutelli.

Nella foto, Rutelli che imita Corrado Guzzanti


8 gennaio 2013

La politica è bella

“Sicuramente mi candido, ma non so ancora con chi lo farò”. In questa affermazione c’è un po’ la sintesi di questi anni terribili per la politica. Tempo addietro, si coltivavano ideali, si aderiva a uno schieramento, si nutriva un senso di identità, si faceva squadra e, infine, capitava a qualcuno di candidarsi a qualcosa. Un percorso che ancora oggi taluni praticano con passione. Oggi c’è una fetta consistente di ceto politico che parte da sé, e poi tenta di costruirsi attorno una dimensione pubblica. Al punto che, come dice la frase di Francesco Rutelli, si decidono candidature al netto dello schieramento, valutando dove sia più efficace, magari dopo trattative serrate, alimentando una sorta di mercato politico-elettorale lecito nella forma, ma molto discutibile nella sostanza. Il contesto politico acquista un senso solo a posteriori, e anche in politica si afferma una modalità individualista, competitiva, di politici soli, concentratissimi sul proprio destino e sul proprio singolo futuro. Testimoni di sé piuttosto che rappresentanti di una cultura o di una squadra o di un ideale nuovo o antico. Sui scambia tutto questo per stile americano, per una modalità di azione pseudo statunitense. Ma anche questa è uno svarione. Nulla è più forte in America del senso di identità e di appartenenza alla propria terra, al proprio ideale, nonostante le apparenze o i travisamenti europei. La verità è che la politica può ritornare solo se l’azione pubblica diventa gioco di squadra, adesione a un ideale, a un sistema di valori stabile, a programmi i più fedeli possibili a quell’ideale. E solo se il cuore torna a gonfiarsi di passione, passione vera non edulcorata. Anche la politica viene male se, come confessa Monti, non si prova passione. Il cuore vuoto produce solo mostri o cinici professionisti della rappresentanza istituzionale. Ma la politica è bella, diceva uno dei protagonisti di Baaria. È il professionismo e la mancanza di passione e di civismo, che la rendono brutta. È l’incapacità di ascolto, è la chiusura, è se stessi prima di tutto, è l’Ego che la ammutolisce sino a ucciderla. La cosa più bella che si può fare in politica è anche l’umile passo indietro, non solo il passo coraggioso e orgoglioso in avanti.

 


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8 novembre 2012

Il 10%

Il 10%. Non è uno sconto o un saldo. No. È una garanzia minima, minimissima, per evitare che scatti una sorta di proporzionale puro o giù di lì, che trasformerebbe con molta probabilità il Parlamento in un caleidoscopio di forze pronte a essere divorate dal Monti-bis più politico e centrista possibile. Il 10% è il premio di governabilità che dovrebbe essere concesso al primo partito, per offrire al Presidente della Repubblica un punto di riferimento nel momento di assegnare un incarico per formare il Governo. Un modo per trasformare l’appiattimento proporzionale in un’opportunità di governo, e togliere al tecnico pur capace il compito di fare politica al posto dei partiti. Se proprio oggi vogliono lo sbarramento al 42% per far scattare il premio di maggioranza, mentre in questi cinque anni ne hanno goduto a iosa senza nemmeno essere capaci di metterlo a frutto!), diventa necessario garantire comunque un minimo di governabilità contro le possibile tentazioni montiste. Solo il PD e il professor D’Alimonte sostengono questa proposta del 10%. E ciò vale a dimostrare:

1. Che il PD stesso (Bersani in special modo) non ha alcuna intenzione di riconsegnare il testimone a Monti.

2. Che Casini, per quanto si affanni, ha in mente un progetto centrista comunque complicato e rischioso, e farebbe meglio a valutare altre prospettive più solide e ambiziose.

 

È ovvio che il PD non rinunci comunque a dialogare, a stare nella mischia, a tenere palla e vada a vedere le carte anche ora che è passato il blitz Rutelli sul 42,5%. Che non vuol dire essere ingenui o creduloni. Bersani non lo è di sicuro. Se si tratta dell’ennesima porcata, andare sull’Aventino recriminando sul bel tempo andato e su quello che potrebbe essere stato ma non è, sarebbe una sorta di suicidio violento. Lo so bene che la prospettiva più appropriata sarebbe fare un bel governo progressista a maggioranza assoluta e chi s’è visto s’è visto. Ma questo è un desiderio che non fa i conti con la realtà, con le forze in campo e con la fase storica. E la realtà è una cosa durissima, un macigno davvero ingombrante. Andatevi a leggere Maurizio Ferraris che lo spiega con più competenza, più spirito e più verve di me. Il berlusconismo nasce e sopravvive negando la realtà e trasportandoci in un modo di sogni televisivi. Ecco perché bisogna andare a vedere le carte dell’avversario, del possibile alleato e persino del compagno di partito, pensate un po’. Non è un Paese per chi ha fretta o corre troppo, questo.

 


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7 novembre 2012

Porcellum2, il risentimento

Dopo il Porcellum2 Quagliariello dice: se vogliono trattare, noi ci siamo. Noi ci siamo? Ma come, se si tratta di fare il ‘rigore’ serve la maggioranza ampia, centrista, bipartisan, e poi se si tratta di fare le scarpe a qualcuno (indovinate a chi) prima si fa la legge e poi, con comodo, si tratta? Bella roba. La maggioranza che ha approvato l’emendamento Rutelli è la stessa che ha già approvato il Porcellum1, più Rutelli appunto. Rutelli. Ha detto che è stata una scelta saggia ed equilibrata quella di fissare il 42,5% come sbarramento al premio di maggioranza, perché “non si può certo governare con una maggioranza truffa dei seggi del 55% vinta con il 30% dei seggi o meno”. Eh già. Ha detto proprio così: 30% o meno. Indovinate a chi pensava. Indovinate perché questa ansia di mettere lo sbarramento. Indovinate quali sondaggi avevano in mano e a chi pensavano questi signori così rispettosi delle regole elettorali. Indovinate. È lo stesso Rutelli che sostiene la battaglia di Tabacci nel centrosinistra e poi vota con la destra per sbarrare la strada al centrosinistra medesimo. Ecco a cosa porta la brama di vedere realizzato il proprio disegno, che è questo: bloccare il PD da una parte, confidare nello spappolamento del PDL dall’altra e imporre un governo centrista di larghe intese per tutta la legislatura. Un modo per governare cinque anni con solo il 7% dei voti. Col 30% non si debbono ricevere premi, ma con il 7% si può governare per cinque anni. Bella roba, ripeto.


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11 giugno 2012

Cappuccetto Rosso

 

Per dire come ormai si navighi a vista. L’intervista di Rutelli al Corriere di oggi è sin troppo esemplare. L’ex Sindaco di Roma propone tout court di dimezzare le Regioni: facile no?, una cosa da oggi a domani. E poi si era già pensato di togliere di mezzo le provincie. A Roma i Municipi diverranno al più presto quattro in meno, a seguito di estrosi accorpamenti. A far scomparire i Comuni ci stanno già pensando i ‘tagli’ alla finanza pubblica. Se andiamo avanti così, delle autonomie non resterà nulla di consistente: una decina di macro regioni, a sentire Rutelli, una miriade di Comuni ridotti alla pura rappresentanza, qualche Municipio nelle grandi città accorpato alla rinfusa e senza alcun potere effettivo. Si chiama 'riaccentramento' dei poteri, una cosa simile allo Stato Assoluto dei bei tempi. La resa della politica, a vantaggio delle tecnoligarchie centrali. Tutto ciò solo perché la Lega è in difficoltà, e non ha più la forza di reclamare a gran voce la secessione. Il federalismo era solo una variabile dipendente dalle grida dissennate di Bossi e Maroni? Andati loro, si torna alla roccaforte dello Stato Nazionale? L’Europa invece delle autonomie, e lo Stato centrale come unico referente di Bruxelles?

Questo io lo chiamo ‘navigare a vista’. Vuol dire reclamare liste civiche in tempi di grillismo, o federalismo in tempi di Lega. Centrismo in tempi di moderatismo o radicalismo nella bella gioventù. Non c’è una rotta, al massimo si seguono i cicli, la folla o le tendenze del momento per raccogliere consenso e tentare la rielezione. Non importa se sia meglio il decentramento o l’assolutismo, l’Europa o Heimat, la sinistra o la destra, la Lazio o la Roma. Quisquilie. Roba da comunisti. Conta, invece, stare in groppa al cavallo che passa, qualunque sia, ovunque vada, nero, bianco, rosso, a pois. Cavalcare l’onda, raccogliere consenso, gestire mediaticamente la folla. Vallo a spiegare che il corto respiro resta corto respiro, e non ha prospettive strategiche e, prima o poi, ti molla in un vicolo cieco solo soletto. Vallo a spiegare che serve una grande forza collettiva per percorrere chilometri e chilometri prima che la storia ci divori uno a uno. Che le piccole traiettorie, come tutte le scorciatoie, sembrano le più facili, le meno faticose, ma spesso si rivelano essere solo mulattiere o, al più, sentieri interrotti à la Heidegger. Vallo a spiegare che in mezzo al bosco, da soli, ci si perde. Tanto, finché non accade, c’è chi non ci crede.


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11 gennaio 2012

Le Maldive e le cose che contano

 

Una volta non sarebbe accaduto. È un bene? È un male? Non so. Fatto sta che la nota vicenda del viaggio alle Maldive di Rutelli, Casini, Schifani è assurta alle cronache ed è divenuta oggetto di discussione come se si trattasse di un vertice politico. In realtà, si tratta semplicemente di parlamentari che sono andati in vacanza al mare (a loro spese, peraltro) durante le festività di fine anno. Punto. Lì, probabilmente, avranno incontrato altri VIP italiani, nonché cittadini normali che possono permettersi vacanze costose, magari fuori portata della Finanza. Qual è il problema? Il problema, innanzitutto, è che si tratti di un problema, ossia che l’informazione e l’opinione pubblica si concentrino su temi che sono, francamente, attinenti alla sfera personale (in questo caso, il tempo libero) piuttosto che a quella pubblica. La responsabilità di questa ‘curvatura’ dell’interesse generale verso particolari di secondo ordine è responsabilità di molti, a partire da chi si scaglia contro la ‘casta’, da chi privilegia il gossip politico, da chi devia l’informazione politica verso il privato, il personale, ‘scartando’ i nodi pubblici che contano (e che richiederebbero ben altro livello di studio e di applicazione).

Oggi Repubblica dedica alla questione ‘Terzo Polo alle Maldive’ ben due corsivi (l’Amaca di Serra e il Bonsai di Messina), un po’ troppo francamente. Possibile che non vi sia altro di cui scrivere? Capisco Serra che (finalmente) prova a dire quanto sia idiota ‘latrare’ contro i politici. E vivaddio! Capisco(un po’ meno) Messina, che la butta a ridere. Ma il livello davvero basso cui oggi sono scesi un po’ tutti (dall’informazione alla parte meno avveduta dell’opinione pubblica) fa davvero spavento. E non pare nemmeno che il clima possa cambiare a breve, se è vero che Fabrizio Corona vorrebbe scendere in politica con Renzi, il quale a quanto pare avrebbe detto ‘no grazie’ (e vorrei vedere!).

Il gossip politico non nasce a caso, ma è il portato di una modalità politica specifica, di tipo comunicativo-mediale. La politica diventa ‘intrattenimento’, orpello, arte del linguaggio (Renzi che parla, ad esempio, di ‘tasse e tassi’ per descrivere la situazione attuale, di cui forse non sa molto di più). La finanza esercita una dittatura, certo, ma anche per colpa dei nani e ballerini che oggi calcano le scene al posto dei leader o dei cavalli di razza. In linea coi tempi, ovviamente. Giorni fa su Repubblica Assante e Castaldo ci spiegavano come la musica di oggi, divenuta soprattutto ‘intrattenimento’, abbia cessato di essere una colonna sonora dei tempi e si contenti di occupare il nostro tempo libero e basta. Nulla a che vedere con My generation degli Who, per dire. E come gli stessi Indignados agiscano all’interno di un film muto, triste, senza musica che scaldi i cuori. Al massimo slogan comunicativi efficaci. Ecco, oggi la politica è in buona parte intrattenimento. Alcuni suoi protagonisti sono artisti, se non guitti. Non morde come dovrebbe, non scalza le oligarchie finanziarie dal trono, anzi subisce i contraccolpi degli smottamenti economici senza rispondere colpo su colpo come dovrebbe. Ciò non toglie che il potere non agisca: lo fa nell’ombra, nelle stanze private, all’insaputa soprattutto dei cittadini ‘anticasta’, che sono tra quelli che meno sospettano quali sia davvero lo statuto della politica e del potere, e si contentano di quattro fischi in piazza con il fazzoletto viola al collo. Al PD, a Bersani, alla sinistra il compito ingrato di strappare il velo, spostare le penne dalle Maldive alla società ‘reale’, alla società delle classi e delle disuguaglianze (piuttosto che a quella genericamente ‘civile’), e ripristinare un dibattito pubblico di profilo, come non se ne vede da tempo. Sarà un bene per tutti, insomma, il fatto che Rutelli, un giorno, possa andare in vacanze (a spese proprie) nel disinteresse totale dei giornali e della restante parte di popolazione italiana, concentrata finalmente sulle cose che contano.


12 maggio 2011

La realtà è un uccello: anche per oggi non si vola

 

Ieri Rutelli, oggi Casini hanno ripetuto: ai ballottaggi decideremo caso per caso. Vuol dire che le scelte si faranno a posteriori, non prima. Vedremo, insomma. Ma ‘vedremo’ cosa? Chi sarà in vantaggio e avrà più chance di vittoria? Vedremo cosa ci daranno e cosa potremmo offrire? Vedremo quali incarichi ci prospetteranno? Vedremo. Non è un granché come indicazione di una prospettiva politica. Troppo tatticismo, troppo fiato corto, troppe subordinate. Se l’alternativa al fiacco bipolarismo di questi anni è il ‘caso per caso’, allora stiamo freschi. Da qui agli auruspici che scrutano il volo degli uccelli il passo è breve.

D’altra parte, Luca di Montezemolo, che di Casini e Rutelli è il campione, non è da meno. Intervenendo al Forum PA di Roma, accanto a cose condivisibili (ma che avrei potuto pronunciare anche io per la generalità e banalità della sostanza espressa) ne spara una abbastanza grossa per un futuro leader deciso a entrare in politica: “Bisognerebbe dare attenzione alla crescita, alla solidarietà e al recupero delle risorse per tante cose inutili (sic!) in cui si spende molto denaro, a cominciare dai costi della politica (sic, sic!)”. Tante ‘cose inutili’, dice così Montezemolo (in una sintassi scomposta, peraltro). ‘A cominciare dai costi della politica’, spiega successivamente. Iniziamo bene se, chi vuole entrare in politica, denuncia come ‘inutile’ la politica stessa, almeno sul versante dei suoi costi e delle risorse (che non è poco).

Certo, se sommiamo il ‘caso per caso’ alle ‘cose inutili’ da tagliare (a cominciare dall’albero su cui i leader politici siedono, parrebbe, con una metafora che proprio Montezemolo usa a proposito delle istituzioni), viene fuori una strategia che potremmo definire come il ‘caso per caso delle cose inutili’. Qualcosa di talmente indeterminato e di approssimativo che mette paura persino a gente avvezza come l_antonio. C’è poco da spiegare che sarebbe meglio indicare delle prospettive, proporre una strada, fissare dei percorsi politici. Macché. Si decide dopo, con comodo, caso per caso, che fretta c’è. Immagino quelli dell’UDC intenti a scartabacchiare imperterriti in mezzo ai molti ‘casi’ della vita politica, alla ricerca di quello più conveniente e/o opportuno.

A forza di tatticismi, quasi quasi si dimostra che il flaccido bipolarismo è meglio di ogni proporzionalismo per quanto ‘corretto’: il primo almeno propone da subito un’alternativa, l’altro si riduce a un caotico farfugliamento e alla trattativa permanente ad ogni pie’ sospinto. Va a finire che la ‘cosa inutile’ di Montezemolo apparirà proprio il proporzionale, anche a causa dei vani costi pagati agli auruspici. E mo’, chi glielo dice ad Andrea Romano e compagnia cantante, che serve l’esperto in volo degli uccelli? Poco male, si tratta sempre di una nuova professione per i giovani. È già pronto il bando su Italia Futura.

Nella foto, le tessere 'tarocche' del futuro 'Partito Fluttuante Unitario Incasinato" (P.F.U.I.)


3 agosto 2010

Gallipoli

 

Eravamo su scherzi a parte. Uno scherzo durato ben sedici anni. Durante i quali due schieramenti molto abborracciati, variegati, compositi, legati più da calcolo elettorale che da altro, si sono confrontati su un piano più mediatico che politico. Anni di personalismo e leaderismo, sino al normale esito populistico a cui nemmeno la sinistra è stata capace di sottrarsi. Non ricordo nulla di significativo prodotto in questa fase, a parte l’ingresso in Europa: ma questo lo considererei più un curioso colpo di coda della politica che una vittoria dei tempi nuovi. Di fatto il Parlamento è stato commissariato come una specie di attrezzo inutile, per Berlusconi persino dannoso. Eppure è lì che la politica ha sede, o perlomeno trova un’appropriata sintesi finale. Se per “politica” si intende la discussione, il dibattito anche aspro, la mediazione ravvicinata, il lavoro di composizione e scomposizione, compreso il voto finale che mette fine all’operoso confronto di opinioni e “decide” sul segno politico finale di una riforma. Senza assemblea elettiva tutto si riduce alle campagne elettorali e all’astrazione di una politica di governo che sembra scesa da Marte. E anche la rappresentanza cessa di essere quel che deve essere, ossia il punto di coagulo e di equilibrio del sistema. Vincono le richieste di fiducia, pure con 100 deputati di vantaggio tutti nominati direttamente dai partiti. In Italia lo scontro mediale non ha solo esautorato il Parlamento, ha anche illuso che bastasse “decidere” per governare, che bastasse “annunciare” per “fare”, che la “persona” del leader fosse già una parte consistente del “governo”. Non è così, non è mai stato così in nessuna parte del mondo, USA compresi.

Che cos’ l’antipolitica? È il vuoto istituzionale, è l’assenza del Parlamento, è l’illusione che si possa escludere l’agorà dalla catena della decisione, che si possa escludere il Paese reale dalla sostanza della politica stessa. Il berlusconismo è questa ubriacatura di antipolitica, di pigrizia intellettuale che ci (e si) convince sulla inutilità e il danno della mediazione: “politicismo” dicono Vendola, Ciwati, i blogger, Grillo, Di Pietro quando indicano il demone del confronto politico. Per costoro la politica è una specie di singolar tenzone tra identità granitiche. Chiacchiere pronunciate davanti alla telecamera o scritte in un post. È ovvio che non è affatto così. Il modello mediale, in realtà, non cerca dialogo ma scontro. Non sopporta le differenze, cerca solo identità e fedeltà (magari aziendale). Non vuole un partito ma un’azienda, peggio: una falange di commercialisti. Mastica di economia e di interessi, ma non di rappresentanze. Il modello bipolare chiama i cittadini a scegliere tra due competitors (come di dice) e poi spiega: fateli lavorare per cinque anni, poi li giudicheremo. E il Parlamento? E la rappresentanza? E la politica? Dove sono finiti? Che ci stanno più a fare? A queste condizioni l’assemblea elettiva diventa una sacca di risonanza (e pure di pessima risonanza visto che 100 deputati non bastano nemmeno a votare una leggina scema qualsiasi, ma serve sempre la fiducia giocata sino all’ultimo voto).

Il Terzo Polo evocato da Rutelli, Casini e (forse) Fini è pronto a incunearsi nella crisi del bipolarismo fittizio di questi anni. Il PD dovrà tornare a confrontarsi con la politica “left” dopo la svolta “loft” di Veltroni. La fine del berlusconismo riapre il tema sul ruolo e i compiti della sinistra, all’interno di un sistema che sarà probabilmente diverso dall’attuale, e che tenterà di invertire l’attuale andazzo. È incredibile ma siamo tornati indietro di molti anni anche per ciò che riguarda il progetto politico. Ricordate Gallipoli, il piatto di spaghetti ai frutti di mare, D’Alema e Buttiglione faccia a faccia? Era il 1994. Lì c’erano la gamba del centro a fianco della gamba della sinistra. Non c’era ancora il PD, né il centrosinistra senza trattino, non c’erano il bipolarismo già connotato mediaticamente e i due schieramenti impotenti l’uno dinanzi all’altro, né l’antipolitica mediatica imperava come oggi. Probabilmente i due discutevano una soluzione che oggi torna di moda: Parlamento al centro del sistema, legge proporzionale ma capace di garantire un governo al Paese, un’alleanza tra cattolici e laici (sinistra e moderati, o come volete chiamarli, fate voi), un progetto di riforma nel solco della Costituzione, o comunque pronto a modificarne degli aspetti senza minacciarla nell’esistenza e/o l’essenza. Strano scherzo del destino. Una specie di eterno ritorno dell’eguale. Ma D’Alema non era quello che perdeva sempre?


16 febbraio 2010

Me gira er teschio

 

Rutelli ha cambiato più partiti che paia di scarpe. Col risultato di fare un casino pazzesco. Pensate al caso delle elezioni regionali del Lazio. Ecco la cronaca. Rutelli esce dal PD per fondare API. Adotta prima un simbolo con la “ics”, poi si rende contro che “ics” potrebbe voler dire "pareggio", ma anche "incognita". Il messaggio appare, di fatto, fuorviante. Sceglie allora per il simbolo (del nuovo partito? movimento? congrega di mattacchioni?) le api (cioè gli insetti) e non se ne parla più. Prova a imporre la Lanzillotta a candidata nel Lazio. Niente da fare. Chiede che gli altri candidati si pronuncino su cinque punti dirimenti di programma, che lui propone al loro giudizio. Quali siano i cinque punti? Boh. La cosa finisce lì. Dice poi: ci presentiamo, anzi no. Ma prima di decidere a chi dare il voto ci dobbiamo pensare. Ci pensano con esito indefinito. E allora si giunge alla decisione di dare libertà di coscienza. Ai propri elettori? No, anche ai propri candidati! E così, Bafundi, nato democristiano e poi in Forza Italia, consigliere uscente del PD ma confluito in API, entra nella Lista Civica Polverini. In pratica, una gimkana. Al contrario, un altro “apista” come Sandro Battisti, già senatore e poi nella cosiddetta Lista Beautiful (sic!) per le elezioni comunali, corre invece nella Lista Civica della Bonino. Regolare. Magari organizzeranno pure un comizio assieme, con i due simboli in alto e affiancati, creando il panico tra gli elettori. Che dire? Che a forza di terzismo ci fate venire il mal di testa. E non è bello.


12 novembre 2009

Alleanza ics l'Italia

 

In margine alla nuova avventura rutelliana (stavolta si chiama “Alleanza per l’Italia”), serpeggia, a sentire Repubblica, un certo malumore nel PD. Fioroni se ne fa interprete: «Attenti, il disagio dei moderati è un problema serio e le poltrone non c’entrano». Il “disagio dei moderati”: ma vuoi vedere, mi sono detto, che il PD è diventato una cellula leninista è la cosa m’è sfuggita? Poi faccio mente locale: Bindi Presidente, Letta vice Segretario, e poi il “partito popolare” di Bersani, la sobrietà e la pacatezza della nuova leadership, il riformismo padano come nuovo modello, il comunismo derubricato a brutale tragedia storica, persino la socialdemocrazia ridotta alla stregua di uno dei tanti statalismi del 900. Dov’è la “radicalità”? Su cosa si fonderebbe questo “disagio dei moderati”? Mistero.

Di radicale c’è solo il “terzismo” rutelliano, a cui invidio appena la serietà di Tabacci. Non credo nemmeno che questo gesto centrista agevoli l’ipotetico disegno di un centro-sinistra col trattino (verso il quale non nutro affatto, sia detto per inciso, dei pregiudizi). Nessuna scissione ha mai prodotto una ricomposizione, né strategica né tattica, di una qualche efficacia. Al contrario. È cresciuta la rissosità, e sono aumentati i competitori pronti a pescare nello stesso segmento di mercato politico. Uno più uno, in politica come nella vita, non fa mai 2, al massimo una cifra indeterminata e spesso inferiore all’unità.

Il gesto di Rutelli, semmai, colpisce il senso stesso del progetto PD, quello di riunire i riformismi sotto un unico tetto. Di fatto, lavora alla loro rinnovata scomposizione. Lavora al massimo a tirare il “trattino”, ma senza garanzie effettive che ciò possa accadere. E dimostra che, in certi ambienti paludati, tutti i riformismi sono uguali meno uno, quello di cultura socialista-socialdemocratica. Al quale spetta sempre il compito di portare acqua, come si dice, ossia rompere con la propria tradizione, dimenticare ogni appartenenza storica, togliere radici, divellere identità, e poi sostenere lo sforzo del presunto “moderato” di turno. Sarebbe ora di dimostrare che il riformismo è un’attenzione sociale che propone linee di cambiamento reali. E non un salotto buono che prende le distanze da un cortile ritenuto troppo chiassoso. Bersani mi sembra che stia lavorando per un riformismo solido, concreto, ma ricco di idealità. Forse per questo Rutelli se n’è andato. Adieux.

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